Mitchell
Anderson

MOON
PIECE,
THE
APOSTLE
AND
RELATED
WORKS

27.06
27.07
2019

The work of Mitchell Anderson is characterized by multifaceted reactions to found objects, images, situations and their circulation. He recontextualizes the symbols human culture uses knowingly and subconsciously to contain memory and narrative in order to examine their veracity. At CONVERSO Anderson adopts the capabilities and dualities of the history and architecture of the space as the primary content through which his sculptural and video works are informed. That the spaces were created for indoctrination (the church, the convent) through a form of visual entertainment (the baroque decorations) is at the center of this split exhibition which calls into question conjunctions between innate belief and external logic.

The main exhibition space is dominated by a large, low lying, circular sculpture against newly black flooring. Riffing on the cheapness of the spiritual fallen to earth the plasticy puddle is a large inflatable of the Earth’s moon filled inside the church and now deflated. Reminding of our moon as the first spiritual entity and theories of it as the earliest screen humans were entranced by, Anderson calls upon it as referent, and failed competitor, to the decadent images that decay throughout the church. These pictures sought and succeeded for centuries in replacing the wonder of the natural worlds with a sect of magical storylines and authoritarian rules. Aggressive in its scale, yet empty of most else, Anderson’s moon, produced as decoration for festivals and events, now operates as a symbol of an abstracted astronomy transformed to defeated ornament.

In opposition of the grand now empty is the artists exploration of the hollow as monumental. The rear space, originally built for the attached convent’s nuns, centers on a human scaled video, The Apostle (my mother professing QAnon), a one hour single shot of the artist’s mother animatedly proclaiming the far-right conspiracy theory of the work’s title. The content proffered focuses, without evidence, on coded leaks made on message boards by Q, a supposedly high ranking American official, exposing a liberal deep state conspiracy against America, its current president and involving topics including child trafficking, cannibalism, weather control and time-travel. It is popular with a significant part of the public who feel their voice left outside of mainstream cultural platforms. Appearing similar to the YouTube videos the plot may be transmitted by, but filmed as a double portrait video call between mother and son, the work pairs constant proclamation with a reception of exhaustion and humor in a way that is larger than family and politics. In its title it makes reference to Saint Paul, the Christian apostle who altered and spread Christianity as we know it today in the 1st century and for who the San Paolo Converso is named after. In its installation the artist questions how he draws on this far-right content, one traditionally denied in contemporary cultural fields, without aggrandizing it. Viewing this online sect as similar and related to the self-sealing religious cult the exhibition space was built for, the film’s volume is mandated at a minimum allowing the vaulted space, with its painted depictions of equally absurd stories of Saints and miracles, to retract the platform given.

The other sculptures that hide in and dot the space are humble in form and creation, objects found and purchased as is. A shelf of empty holy water containers from outside a Catholic pilgrimage site continues a series Anderson began in 2015 where he purchases entire souvenir stands off the street of touristic centers. Other works of arcade tokens purchased online and displayed as shipped look towards physical locations of chance, lost value and public assurance. In the space’s library a new painting from a series based on templates for early campaign buttons continues Anderson’s and this exhibition’s ongoing research on the blank, the empty and the emptied. Each of the works on view interact with and against each other as original symbols of transmission and engagement voided or negated. Reflecting on the space of the Catholic church as an exhausted one, Anderson appraises the search for connection and higher meaning as an empty and ludicrous expedition that leads towards societal ills. Civilization continues to search for mementos and creeds to tie itself together as it always has, from the celestial sky to narrative imagery and currently by an internet that allows geographically vast communities their own control over the truth here and beyond. The former tends to inform the latter and Anderson, here, picks up the breadcrumbs left along the way.

 

(Marshall Green)

 

Mitchell Anderson (b. 1985, USA) is an artist working in Zürich, Switzerland. Recent exhibitions include Museum im Bellpark, Kriens (2019), Sundogs, Paris (2018), Galerie Maria Bernheim, Zurich (2018), Fri-Art Kunsthalle Fribourg, Fribourg (2017) and MAMCO, Geneva (2018). Since 2014 he runs Plymouth Rock, a Zurich-based artist space. He is a frequent contributor to a number of international arts publications.

 

L’analisi di objet trouvé, immagini, situazioni e delle loro modalità di diffusione sta al centro della pratica di Mitchell Anderson. Prendendo in analisi tutti quei simboli che le nostre espressioni culturali sfruttano più o meno consciamente per la trasmissione di memorie e narrazioni, l’artista li ricontestualizza al fine di esaminarne la veridicità.

I video e le sculture realizzate da Anderson per CONVERSO si ispirano alla storia e all’architettura dello spazio espositivo. La mostra gravita dunque intorno a una riflessione sulla chiesa e sul convento, spazi pensati in funzione dell’indottrinamento attraverso l’intrattenimento visivo (la decorazione barocca) e mette in discussione il rapporto tra la naturalezza con la quale ci appoggiamo alla fede cieca e uno sguardo esterno, più analitico.

Nello spazio espositivo principale campeggia una grande scultura bassa e circolare che poggia su una pavimentazione nera. Questa pozzanghera sintetica è in realtà un gonfiabile a forma di luna – gonfiato e poi sgonfiato all’interno della chiesa – che rappresenta lo squallore di ciò che da spirituale si riduce a mondano. Nell’opera di Anderson la luna rappresenta quell’entità spirituale e primordiale che richiama alla memoria le teorie secondo le quali questa sarebbe stata il primo “schermo” ad ammaliare l’umanità. La luna diventa così il principale riferimento delle immagini decadenti che caratterizzano la chiesa, fallendo nella competizione.

Queste immagini, che per secoli sono state in grado di sostituirsi alla meraviglia della natura, sono tuttavia la materializzazione di atteggiamenti settari alimentati da narrazioni esoteriche e autoritarismo.

Caratterizzata da un’imponenza aggressiva pur essendo pressocché vuota, la luna di Anderson, prodotta originariamente come decorazione per festival ed eventi, rappresenta un’astronomia astratta quale simbolo del fallimento dell’ornamento.

In opposizione alla grande scultura sgonfia, l’artista esplora il concetto di vuoto come mezzo di comunicazione della monumentalità. Nello spazio retrostante, originariamente pensato per ospitare le monache di clausura, spicca un video in scala 1:1, The Apostle (my mother professing Qanon), della durata di un’ora. Qui, la madre dell’artista spiega la teoria cospirazionista di estrema destra cui il titolo fa riferimento. Questa teoria, basata su fonti prive di dimostrazione, si concentra su svariate fughe di informazioni codificate ed emerse su un forum di discussioene tramite Q, un presunto ufficiale americano di alto rango. Tali informazioni metterebbero in luce un complotto liberale profondamente radicato nella struttura statale americana, connesso a episodi di traffico minorile, cannibalismo, modificazione del clima e viaggi nel tempo. Teorie come queste sono particolarmente diffuse tra quelle persone che si ritengono ignorate dalle piattaforme culturali mainstream. Apparentemente simile ai video di YouTube che normalmente diffondono questo genere di contenuti, l’opera è un doppio ritratto sotto forma di videochiamata tra madre e figlio. L’opera rappresenta il confronto tra l’insistenza dei proseliti e una ricezione rassegnata e sarcastica che travalica il contesto familiare e politico.

Il titolo fa riferimento a San Paolo, l’apostolo che nel primo secolo a.C. contribuì a dare forma alla cristianità come la conosciamo e al quale la chiesa di San Paolo Converso è dedicata.

In questa installazione l’artista prende in analisi i contenuti dei movimenti di estrema destra, solitamente ignorati dalla cultura contemporanea, creando un parallelismo tra la setta online e il culto religioso per il quale la chiesa venne a suo tempo costruita. Il volume del video viene mantenuto al minimo creando un contrasto con la maestosità dello spazio voltato, con i suoi affreschi pieni di storie fantasmagoriche di Santi e miracoli.

Le altre sculture che costellano lo spazio sono formalmente umili: oggetti ritrovati o acquistati così come li vediamo. Una mensola piena di contenitori vuoti d’acqua santa trovati all’esterno di un luogo di pellegrinaggio cattolico continua la serie iniziata da Anderson nel 2015, in cui l’artista acquista interi stand di souvenir nelle strade delle località turistiche. Altre opere, che includono gettoni da sala giochi comprati ed esposti ancora imballati, ragionano sui luoghi fisici in cui il caso, la perdita di valore e di certezze si manifestano.

Nello spazio adibito a biblioteca viene esposto un nuovo dipinto tratto da una serie basata su vecchi template di spillette per campagne elettorali, che prosegue la ricerca dell’artista sul tema del vacuo e dell’inconsistente. Tutti i lavori esposti interagiscono tra loro come metafore di una comunicazione mancata o negata. Con una riflessione sulla chiesa cattolica quale luogo impoverito ed esausto, Anderson considera inutile se non dannosa la ricerca di un fine ultimo, destinata a generare ogni sorta di problema sociale.

Da sempre la nostra civiltà cura e conserva memorie e fedi religiose per tenersi in vita, sfruttando ogni possibile suggestione: dai corpi celesti all’immaginario narrativo e, più recentemente, a internet, una forza che permette a enormi comunità di determinare le proprie verità al di là dei limiti geografici, in un contesto di costante influenza reciproca del quale Anderson raccoglie pazientemente gli indizi.

 

(Marshall Green)

 

Mitchell Anderson (b. 1985, USA) is an artist working in Zürich, Switzerland. Recent exhibitions include Museum im Bellpark, Kriens (2019), Sundogs, Paris (2018), Galerie Maria Bernheim, Zurich (2018), Fri-Art Kunsthalle Fribourg, Fribourg (2017) and MAMCO, Geneva (2018). Since 2014 he runs Plymouth Rock, a Zurich-based artist space. He is a frequent contributor to a number of international arts publications.